Albero di Natale incendiato nei territori palestinesi: quando il “dialogo” lascia spazio al fondamentalismo
Nei territori che una certa narrazione internazionale continua a presentare come pacifici, pluralisti e aperti al dialogo, la realtà sul terreno racconta tutt’altro. A Jenin, area sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, un albero di Natale cristiano è stato deliberatamente incendiato. Un gesto grave e violento che colpisce non solo un oggetto, ma una comunità religiosa già fortemente marginalizzata.
Non si tratta di un episodio isolato né di semplice vandalismo. È l’ennesima dimostrazione di come, nei territori palestinesi, le minoranze religiose – in particolare i cristiani – siano sempre più esposte a intimidazioni, persecuzioni e atti di ostilità in un contesto segnato dalla crescita del fondamentalismo islamico. Altro che dialogo: qui la diversità viene repressa, non tutelata.
Colpisce, come spesso accade, il silenzio dei media. La notizia non ha trovato spazio nei principali organi di informazione arabi e difficilmente verrà ripresa da quelli occidentali. Il motivo è evidente: fatti di questo tipo non si adattano alla narrazione dominante, che tende a rappresentare i territori palestinesi come esempi di convivenza e tolleranza, contrapponendoli a un Israele dipinto in modo caricaturale come oppressivo.
Eppure il confronto con la realtà è impietoso. In Israele la libertà di culto è garantita e protetta per tutte le religioni: ebrei, cristiani e musulmani praticano apertamente la propria fede, con luoghi sacri tutelati dallo Stato. Nei territori sotto amministrazione palestinese, al contrario, i simboli cristiani vengono dati alle fiamme e le comunità religiose non allineate subiscono una pressione costante.
Bruciare un albero di Natale è un messaggio politico e ideologico, che segnala l’assenza di pluralismo e la presenza di un radicalismo che non tollera alcuna differenza. Continuare a parlare di “dialogo” senza denunciare questi episodi significa alimentare una rappresentazione distorta della realtà e legittimare, di fatto, l’intolleranza.