Antisemitismo e sicurezza: l’allarme dell’ambasciatore israeliano dopo la strage di Sydney
«Credo che gli ebrei in Italia si sentano senza sicurezza». Le parole pronunciate da Jonathan Peled, ambasciatore d’Israele in Italia, in un’intervista a Cinque minuti su Rai Uno, non arrivano isolate né casuali. Si collocano in un contesto segnato dalla strage di Bondi Beach, a Sydney, oggi indagata come atto di terrorismo antisemita, e da un clima internazionale in cui l’odio contro le comunità ebraiche si traduce sempre più spesso in violenza.
Peled ha voluto ribadire un principio fondamentale: gli ebrei in Italia «sono cittadini italiani, come tutti gli altri», hanno diritto a vivere «in pace e in sicurezza» e non possono essere considerati responsabili delle scelte della politica interna israeliana. Un richiamo che tocca un nodo centrale dell’antisemitismo contemporaneo, quello che tende a confondere deliberatamente identità ebraica e politica dello Stato di Israele, trasformando una comunità in bersaglio collettivo.
L’ambasciatore ha commentato le dichiarazioni del primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, che ha criticato il governo australiano per non aver fatto tutto il necessario per prevenire la strage di Sydney. Secondo Peled, quelle parole non sono una polemica diplomatica, ma un avvertimento chiaro: quando un governo non agisce con rapidità e determinazione contro l’antisemitismo, il rischio è che l’odio degeneri in violenza. «È quello che abbiamo visto in Australia», ha spiegato, aggiungendo che si tratta di un monito che dovrebbe valere anche per i governi europei, Italia compresa.
Il caso di Sydney, le indagini sui percorsi di radicalizzazione degli attentatori e l’allarme lanciato dall’ambasciatore israeliano compongono un quadro coerente. L’antisemitismo non è un problema astratto, né una questione di opinioni: è una minaccia concreta alla sicurezza, che cresce quando viene sottovalutata, normalizzata o tollerata nello spazio pubblico.
Le parole di Peled riportano la discussione su un piano essenziale: la tutela delle comunità ebraiche non riguarda la politica estera, ma lo stato di salute delle democrazie. Ignorare i segnali, ritardare le risposte o rifugiarsi nell’ambiguità significa esporsi al rischio che l’odio, ancora una volta, si trasformi in sangue.