Arrestare chi finanzia Hamas, ma scusarsi prima con l’ideologia

Arrestare chi finanzia Hamas, ma scusarsi prima con l’ideologia

C’è qualcosa di profondamente disturbante nel modo in cui una parte delle istituzioni e dell’informazione italiane affronta il tema del terrorismo palestinese legato ad Hamas. Non tanto – o non solo – per ciò che viene detto, ma per ciò che si sente il bisogno di precisare, quasi a giustificarsi.

Nel provvedimento che ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun, accusato di gravi reati di finanziamento e fiancheggiamento di Hamas, i magistrati hanno ritenuto necessario chiarire che tale arresto “non toglie rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese” da parte di Israele. Una precisazione che non ha alcuna rilevanza giuridica rispetto ai fatti contestati, ma che assume un peso politico e ideologico enorme.

La domanda è semplice: perché?

Perché, nel momento in cui si arresta un soggetto accusato di aver finanziato un’organizzazione terroristica responsabile del massacro del 7 ottobre, si avverte l’urgenza di ribadire che Israele resta comunque sul banco degli imputati morali? Da quando la magistratura sente il bisogno di “bilanciare” un’operazione di contrasto al terrorismo con una presa di distanza preventiva dallo Stato ebraico?

Il messaggio che passa è chiaro, ed è gravissimo: arrestiamo il terrorista, sì, ma non pensiate che questo significhi riconoscere la legittimità di Israele o la natura criminale senza attenuanti di Hamas. Una sorta di avvertenza ideologica, una clausola di salvaguardia per l’opinione pubblica più militante.

Non è giustizia. È narrazione politica travestita da atto giudiziario.

Nessuno – letteralmente nessuno – aveva chiesto ai magistrati un giudizio su Israele, sulle operazioni militari a Gaza o sul diritto internazionale. Il loro compito era ed è uno solo: accertare responsabilità penali per fatti commessi sul territorio italiano o con ramificazioni nel nostro Paese. Punto.

E invece no. Si sente il bisogno di precisare, di rassicurare, di ribadire che Hamas resta “contestualizzabile”, che il terrorismo non va mai isolato dalle sue “cause”, che il massacro di civili può essere condannato ma sempre con il freno a mano tirato. È esattamente questa ambiguità a rendere il dibattito europeo – e italiano – tossico. Hamas non è un soggetto politico “radicale”. È un’organizzazione terroristica islamista, antisemita, genocidaria. I suoi crimini non hanno bisogno di essere bilanciati da nulla per essere riconosciuti come tali.

Quando si sente il bisogno di ricordare, in un atto giudiziario, che Israele è comunque colpevole, si sta dicendo una cosa molto precisa: il terrorismo palestinese non è mai del tutto colpa dei terroristi. È sempre, in qualche misura, una reazione comprensibile. Una lettura che non viene mai applicata a nessun altro contesto del mondo.

Israele è uno Stato democratico, sottoposto a controlli interni, a una magistratura indipendente, a un dibattito pubblico feroce. Hamas è una milizia teocratica che governa con il terrore, usa i civili come scudi umani e rivendica lo sterminio degli ebrei. Mettere queste due realtà sullo stesso piano, anche solo per “precisare”, non è neutralità: è una scelta.

E allora sì, viene da dirlo senza diplomazie: chi se ne frega dell’opinione personale dei magistrati su Israele. Non è richiesta, non è dovuta, non è pertinente. La lotta al terrorismo non dovrebbe mai aver bisogno di scuse preventive. Se per arrestare chi finanzia Hamas bisogna prima prendere le distanze dallo Stato ebraico, il problema non è Israele. Il problema è l’Europa. E la sua incapacità di chiamare le cose con il loro nome.

Leggi di più