“Gesù è palestinese”: la campagna di ADC a Times Square e l’uso del Natale per riscrivere la storia
L’affissione a Times Square, a New York, di un maxi cartellone con la scritta “Jesus is Palestinian” ha riacceso un dibattito che va ben oltre la provocazione comunicativa. L’iniziativa è stata commissionata dalla American-Arab Anti-Discrimination Committee (ADC), organizzazione arabo-americana che da mesi utilizza spazi pubblicitari nella celebre piazza con messaggi a rotazione settimanale.
Formalmente presentata come un’operazione di dialogo e inclusione — accompagnata dall’altro lato del cartellone dalla scritta “Merry Christmas” — la campagna solleva tuttavia una questione centrale: l’uso distorsivo della storia a fini politici.
Dal punto di vista storico, l’affermazione secondo cui Gesù sarebbe “palestinese” è priva di fondamento. Gesù di Nazaret nacque e visse come ebreo, all’interno della Giudea romana del I secolo. La definizione di “palestinese”, nel senso etnico-nazionale contemporaneo, non esisteva all’epoca. Il termine Syria Palaestina fu introdotto dai Romani solo dopo le rivolte ebraiche del II secolo, con l’obiettivo esplicito di cancellare il legame tra il popolo ebraico e la sua terra.
Attribuire retroattivamente a Gesù un’identità nazionale moderna significa quindi operare un anacronismo storico, trasformando una figura religiosa universale in uno strumento di narrazione politica attuale. Non si tratta di una semplice opinione, ma di una riscrittura simbolica della storia, funzionale a legittimare un preciso racconto ideologico del conflitto israelo-palestinese.
Colpisce inoltre il contesto: l’uso del Natale, festività cristiana, per veicolare un messaggio che nega l’identità ebraica di Gesù, proprio mentre in diverse aree del Medio Oriente le comunità cristiane sono in forte declino o sotto pressione. In questo senso, il cartellone non promuove un “terreno comune”, ma contribuisce a confondere fede, storia e propaganda.