IHRA, memoria selettiva. Il PD oggi attacca ciò che ieri ha votato
La pubblicazione del voto favorevole di Elly Schlein alla definizione di antisemitismo dell’IHRA nel 2017 riporta al centro una contraddizione che il Partito Democratico fatica a spiegare. In quell’anno il Parlamento Europeo approvò una risoluzione che invitava gli Stati membri ad adottare la definizione IHRA: la delegazione del PD votò quasi all’unanimità a favore, Schlein compresa.
Nel 2020, durante il governo Conte II sostenuto dallo stesso PD, l’Italia recepì la medesima definizione come riferimento ufficiale nella lotta all’antisemitismo. Nessuna protesta, nessuna accusa di voler limitare la critica a Israele. Anzi, la scelta fu considerata coerente con le indicazioni europee e con le richieste delle comunità ebraiche. Oggi invece il disegno di legge presentato da Graziano Delrio, che riprende esattamente quella definizione IHRA già votata e applicata dal PD, viene respinto dal Nazareno con toni allarmistici. “Si vuole criminalizzare chi critica Netanyahu” è diventata la linea difensiva di un partito che sembra dimenticare la propria storia recente.
La definizione dell’IHRA non limita la critica politica: serve a distinguere l’opposizione a un governo da forme di ostilità antiebraica. È lo stesso principio che il PD ha sostenuto due volte, in Europa e in Italia. La brusca inversione di oggi non segnala un ripensamento argomentato, ma una perdita di memoria che indebolisce la credibilità democratica del partito. Perché quando un tema grave come l’antisemitismo diventa terreno di tattica interna, a perdere non è solo il dibattito pubblico: è la capacità stessa delle istituzioni di contrastare l’odio con coerenza e responsabilità.