Il caso Fassino e la reazione del Pd: quando la politica italiana fatica a riconoscere l’evidenza

La polemica nel Pd sulle parole di Fassino alla Knesset rivela un problema più profondo: Israele giudicato per ideologia

Il caso Fassino e la reazione del Pd: quando la politica italiana fatica a riconoscere l’evidenza

Le parole pronunciate da Piero Fassino alla Knesset – “Israele è una società aperta, libera e democratica” – hanno scatenato un’immediata tempesta politica all’interno del Partito Democratico. Una frase semplice, perfino ovvia se letta nel contesto istituzionale in cui è stata pronunciata, ma che ha suscitato una reazione sproporzionata da parte del responsabile Esteri del Pd, Peppe Provenzano, che ha preso le distanze con toni durissimi.

La vicenda è indicativa di un clima politico in cui la realtà dei fatti viene spesso sacrificata sull’altare dell’equilibrismo ideologico. Affermare che Israele sia una democrazia consolidata, con istituzioni pluraliste, libertà di stampa, alternanza politica e un sistema giudiziario indipendente, non dovrebbe essere motivo di scandalo: è una constatazione condivisa dalla comunità internazionale e riconosciuta anche dalle principali organizzazioni che monitorano la qualità della democrazia nel mondo.

Secondo Provenzano, quella frase diventa motivo di censura politica. Il responsabile Esteri del Pd non solo prende le distanze dalle parole di Fassino, ma le contrappone a una narrazione incentrata sulla “torsione autoritaria” del governo israeliano e su accuse gravissime riferite alla situazione a Gaza e in Cisgiordania. Una reazione che sembra più finalizzata a presidiare un posizionamento identitario che a sviluppare un’analisi equilibrata e documentata.

Il punto, però, è un altro: Fassino non ha negato criticità né espresso consenso verso l’attuale governo israeliano. Ha semplicemente affermato un principio fondamentale per comprendere Israele: la sua natura democratica, il suo pluralismo interno e la vivacità del confronto politico, anche nei momenti più drammatici della sua storia recente.

La strumentalizzazione di queste parole rivela un problema più profondo nel dibattito pubblico italiano: l’incapacità di distinguere tra il giudizio su un governo e il riconoscimento della natura democratica di uno Stato. Una confusione che alimenta semplificazioni, polarizzazioni e, soprattutto, una crescente difficoltà nel leggere Israele nella sua complessità.

Fassino, dal canto suo, ha spiegato che le sue parole erano inserite nel contesto di una missione istituzionale, ribadendo che non vi era alcun avvallo politico all’esecutivo israeliano. Una puntualizzazione che conferma quanto la reazione del Pd non sia nata da un fraintendimento, ma da un automatismo politico: tutto ciò che riguarda Israele deve essere filtrato attraverso categorie ideologiche, spesso svincolate dal reale funzionamento delle sue istituzioni.

Questo caso rappresenta un esempio evidente di come il dibattito italiano su Israele sia sempre più condizionato da narrazioni distorte, talvolta incapaci di riconoscere anche le evidenze più elementari. È proprio in questi spazi di fraintendimento – e nelle loro amplificazioni mediatiche – che la disinformazione trova terreno fertile.

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