La tregua è un respiro per l’occidente, non per gli iraniani oppressi
La tregua di due settimane annunciata dal Presidente USA Donald Trump rappresenta un respiro per i mercati: il petrolio, tanto necessario alle economie europee e non solo, scende, le borse reagiscono positivamente, e per chi osserva da lontano sembra un risultato diplomatico. Ma questo “respiro” ha un prezzo. Non per i mercati, ma per chi vive sotto il regime iraniano e per chi, nella regione, spera in libertà e stabilità.
La sospensione delle ostilità non cambia la realtà del potere a Teheran. Il regime teocratico resta saldo, pronto a rafforzarsi e a sfruttare ogni esitazione. Per gli iraniani, e per chi guarda oltre i confini dell’Iran, questa pausa non è un sollievo: è solo tempo in più concesso a chi mantiene il controllo tramite repressione, paura e violenza.
Trump ha scelto una linea pragmatica, evitare escalation immediate, dare una finestra di dialogo e controllo, ma senza perdere di vista l’obiettivo strategico. È un approccio che privilegia la stabilità dei mercati e della regione, senza dimenticare che il nemico è un apparato di potere consolidato, e non la popolazione. La tregua di due settimane è utile solo se serve a preparare un accordo di stabilità e pace basato su condizioni inequivocabili: blocco totale dei programmi nucleari iraniani, nessuna aggressione contro Israele, sicurezza per i paesi della regione e lo stretto di Hormuz libero per il traffico marittimo. Una pace concreta con queste premesse può giustificare la pausa; se invece un tale accordo non si dovesse trovare, ogni esitazione diventa inaccettabile e sarà necessario intervenire duramente e senza indugi. Ogni giorno di pausa sprecato pesa sulle spalle di chi sogna libertà e stabilità.
N.G.