L’Europa che isola Israele: il caso Eurovision e la normalizzazione dei doppi standard

Il boicottaggio di Israele all’Eurovision rivela doppi standard europei: criteri politici selettivi e una narrazione distorta che alimenta isolamento e ostilità

L’Europa che isola Israele: il caso Eurovision e la normalizzazione dei doppi standard

La decisione dell’EBU di confermare la partecipazione di Israele all’Eurovision 2026 ha generato un’ondata di reazioni politiche che travalicano il perimetro culturale della competizione. Spagna, Irlanda e Olanda hanno annunciato il boicottaggio, mentre altri Paesi sembrano pronti a seguirli. Un gesto presentato come una presa di posizione “etica”, ma che in realtà ripropone un meccanismo ricorrente: quando si parla di Israele, molti governi europei abbandonano criteri oggettivi e adottano doppi standard che non vengono applicati a nessun altro Stato al mondo.

L’EBU ha ribadito che l’Eurovision non è un’arena politica e che l’esclusione di un Paese può avvenire solo sulla base di regole chiare e uguali per tutti. In passato, nazioni coinvolte in conflitti armati, crisi interne o violazioni dei diritti umani non sono mai state oggetto di boicottaggi istituzionali. Eppure, ogni volta che entra in gioco Israele, una parte dell’Europa è pronta a trasformare uno spazio culturale in un giudizio politico selettivo. Il boicottaggio si inserisce in un clima in cui la percezione pubblica di Israele è filtrata da narrazioni distorte: il conflitto viene ridotto a slogan, il ruolo di Hamas scompare quasi del tutto e il Paese ebraico è descritto come unico responsabile della situazione in Medio Oriente. Questa dinamica alimenta un discorso monco, dove la complessità sparisce e l’isolamento simbolico di Israele diventa una scelta presentata come “naturale”, quando in realtà è il frutto di una pressione ideologica che nulla ha di neutrale.


Il rischio è che decisioni simboliche come questa contribuiscano a normalizzare un clima ostile nei confronti dello Stato ebraico e, indirettamente, della comunità ebraica europea. La narrativa dell’“eccezione israeliana” si traduce in una forma di discriminazione politica: Israele viene giudicato secondo criteri diversi da quelli riservati agli altri Paesi. È un fenomeno che l’Osservatorio registra spesso e che rappresenta una delle radici contemporanee dell’antisemitismo europeo, oggi in forte crescita. Eurovision dovrebbe essere uno spazio di incontro, non un campo di battaglia geopolitico. Trasformarlo in uno strumento di pressione contro un singolo Paese non solo tradisce lo spirito della manifestazione, ma alimenta meccanismi di delegittimazione che si diffondono poi nel dibattito pubblico. La cultura dovrebbe unire, non amplificare narrazioni distorte.

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