Report n. 1 - “About this account”
“About this account” e la mappa digitale della disinformazione contro Israele
Nei primi giorni di novembre 2025 la piattaforma X (ex Twitter) ha introdotto, in modo sperimentale, una funzione di trasparenza chiamata “About this account”. Lo strumento, visibile dal profilo di molti utenti, mostra il paese in cui è basato l’account, il luogo d’installazione dell’app e alcune informazioni tecniche pensate per smascherare bot e reti coordinate di disinformazione.
La funzione è stata da subito contestata per i possibili rischi di privacy e per vari casi di geolocalizzazione errata, ma ha aperto una finestra preziosa sull’ecosistema delle campagne digitali contro Israele.
Falsi “testimoni da Gaza” e botnet transnazionali
Nel giro di poche ore, utenti, giornalisti e governi hanno iniziato a verificare la posizione di centinaia di profili che si presentavano come “testimoni da Gaza”, “madri sotto le bombe” o “giovani palestinesi in diretta dal conflitto”. L’analisi ha mostrato un quadro completamente diverso: molti di questi account risultavano basati in Pakistan, India, Turchia, Egitto, Filippine, Nigeria e in altri paesi dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Africa, spesso a migliaia di chilometri dalla Striscia di Gaza.
Il Ministero degli Esteri israeliano ha reagito pubblicamente con un post destinato a fare il giro del mondo, definendo il fenomeno “The Gaza Lie. Exposed” e scrivendo: «New X feature ripped mask off countless fake ‘Gazan’ accounts. Some chap posting from Pakistan, another in London. Another manipulative abuser somewhere else. All claiming to be suffering in Gaza while in the comfort of some coffee shop far away.» L’idea che le immagini e i messaggi “in tempo reale da Gaza” arrivino in realtà da un internet café di Karachi o da un appartamento a Londra sintetizza la natura manipolativa di questa campagna.
Lo studio del Ministero della Diaspora israeliana
Un rapporto del Ministero per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo, basato sulla stessa funzione di X, ha stimato che una quota significativa dei profili che affermano di scrivere da Gaza o dalla Cisgiordania è in realtà gestita da territori stranieri o da localizzazioni non verificabili. Il ministro Amichai Chikli ha dichiarato che «una parte importante della propaganda pro-Hamas non proviene da Gaza ma è gestita dall’estero per influenzare l’opinione pubblica mondiale», parlando di una vera e propria “infrastruttura digitale” ostile a Israele.
Account “occidentali” che parlano dall’estero
Accanto ai falsi “testimoni” palestinesi, la funzione di X ha permesso di individuare una rete di account anonimi o pseudonimi che diffondevano contenuti anti-israeliani e antisemiti rivolti al pubblico occidentale, in particolare americano. Alcuni di questi profili si presentavano come attivisti progressisti statunitensi o come ebrei ultra-ortodossi anti-sionisti, ma risultavano in realtà basati in Egitto, Turchia, Filippine, Bangladesh o in paesi africani.
Questo dato conferma quanto da anni viene segnalato da analisi indipendenti: la penetrazione di campagne di influenza straniere, spesso legate ai Fratelli Musulmani, all’orbita iraniana o a reti jihadiste, all’interno del dibattito politico in Europa e negli Stati Uniti.
TABELLA DATI – Disinformazione su X (novembre–dicembre 2025)
| Indicatore | Dato verificato | Fonte |
|---|---|---|
| Introduzione funzione di localizzazione di X | 22–23 novembre 2025 (avvio globale della funzione “About this account”) | Android Central |
| Obiettivo dichiarato | Trasparenza su bot, reti coordinate e campagne di influenza | Android Central |
| Accounts “da Gaza” individuati all’estero | Profili localizzati in Polonia, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Regno Unito | Fox News, Ynet |
| Caso più noto | Account con ~197.000 follower indicato come “giornalista da Gaza” risulta “based in Poland” | Fox News |
| Account media pro-Gaza smascherati | @QudsNen basato in Egitto; @TimesOfGaza basato in “East Asia & Pacific” | Fox News |
| Studio del Ministero della Diaspora (Israele) | 24,2% degli account che dichiarano Gaza risultano all’estero; 38,4% non verificabili; 37,4% coerenti | Ynet |
| Paesi principali emersi | Egitto, Turchia, Indonesia, Bangladesh, Pakistan, Regno Unito, Stati Uniti, Nigeria | Ynet |
| Impatto sulla rete pro-Hamas | Diversi account chiudono o riducono l’attività dopo la pubblicazione delle localizzazioni | Ynet |
Oltre X: deepfake, riciclo di immagini e campagne coordinate
1. Deepfake e video manipolati sul conflitto
1.1 Deepfake di politici israeliani
Negli ultimi mesi sono circolati video generati con IA in cui:
- Netanyahu appare mentre “ammette crimini di guerra”;
- membri del governo israeliano pronunciano frasi mai dette;
- soldati IDF “confessano” atrocità inesistenti.
1.2 Deepfake di testimonianze da Gaza
Video che mostrano “civili” che parlano inglese perfetto e raccontano atrocità: molti sono stati identificati come attori, materiale creato con IA generativa oppure clip riciclate da altri conflitti (Siria, Yemen, ecc.).
2. Riciclo di video e foto da altri conflitti
Un numero enorme di contenuti virali su Gaza proviene in realtà da:
- Siria (2013–2018);
- Iraq (2014–2016);
- Libano (2006);
- Ucraina (dal 2022);
- esplosioni industriali in Cina e Russia;
- terremoti in Turchia.
3. Campagne coordinate pro-Hamas / Iran / Fratelli Musulmani
3.1 Network iraniani
Apparati legati a Teheran e media affiliati utilizzano:
- bot e canali coordinati su Telegram;
- sciami di profili fake su X;
- narrazioni cospirative in stile QAnon rovesciate contro Israele.
4. L’ecosistema italiano della disinformazione sul conflitto
4.1 Pagine e gruppi che amplificano fake
Molte pagine pro-Palestina in Italia non producono direttamente disinformazione, ma alcuni contenuti hanno caratteristiche problematiche. Tra i casi rilevati:
- falsi “scioperi nazionali” a sostegno della Palestina, mai avvenuti;
- video di “polizia italiana che reprime manifestanti palestinesi” in realtà girati in Francia o Turchia;
- numeri gonfiati sulle mobilitazioni (“75 città italiane bloccate”).
5. Narrazioni complottiste diffuse in Europa e rimbalzate in Italia
Fra le narrazioni ricorrenti monitorate dall’Osservatorio:
- «Il 7 ottobre è stato organizzato dal Mossad»;
- «Israele vuole etnicamente purificare Gaza»;
- «Israele controlla tutti i media occidentali»;
- «Le vittime israeliane sono attori (crisis actors)».
6. Manipolazioni di immagini reali
6.1 Editing di feriti o cadaveri
Vengono utilizzati Photoshop, ricolorazione selettiva, inserimento di loghi IDF inesistenti per attribuire responsabilità ad Israele in modo artificiale.
6.2 Bambini usati come simbolo
Le stesse immagini di minori feriti o piangenti vengono riproposte ciclicamente con contesti differenti, al fine di massimizzare l’impatto emotivo e la viralità.
7. Paesi più colpiti dalle campagne di disinformazione
Dall’incrocio di studi internazionali e monitoraggi dell’Osservatorio emerge un quadro costante: Israele, Ucraina e Stati Uniti sono tra i Paesi più colpiti da campagne di disinformazione online su scala globale. Nel contesto europeo risultano particolarmente esposti:
- gli Stati membri sul fianco orientale dell’UE, oggetto di campagne filorusse e antinato;
- i principali Paesi dell’Europa occidentale (Francia, Germania, Italia, Spagna), soprattutto quando il tema riguarda Israele, la NATO e le politiche migratorie;
- Israele, che combina l’esposizione tipica delle democrazie occidentali con una guerra ibrida permanente condotta da attori statali e non statali del Medio Oriente.
Clicca su un’area per vedere da dove provengono molti account coinvolti nelle campagne di disinformazione, quali piattaforme risultano più utilizzate e quali paesi sono principalmente bersaglio.
Medio Oriente e Nord Africa
Paesi di origine dei profili falsi / reti coordinate
Paesi principalmente bersaglio
Piattaforme più utilizzate nelle campagne
8. La disinformazione come arma di guerra
Il caso X è esemplare: mostra che la guerra contro Israele non si combatte solo con razzi e attentati, ma anche con reti di profili falsi, dislocati tra Asia, Medio Oriente, Africa e persino Paesi occidentali, che sfruttano l’emotività del pubblico per trasformare menzogne e propaganda in “testimonianze dal fronte”.
La trasparenza sulle origini degli account non è un dettaglio tecnico, ma una delle principali linee di difesa contro la guerra dell’informazione che ha Israele, e l’intero spazio democratico occidentale, come bersaglio privilegiato.